Rituali

CULTI DELL’ACQUA E DELLA PIETRA
Quali elementi simbolici delle potenze sotterranee rigeneratrici, l’acqua e la roccia sono spesso presenti nella religiosità popolare e nei rituali che se conseguono.
Per questo, i luoghi deputati a tale tipo di culto sono le grotte e i siti dove stilla acqua sorgiva. Nella cultura di tipo tradizionale, ogni sorgente è ritenuta portatrice di specifiche e differenti qualità taumaturgiche, riferite ai diversi santi protettori. Così, ad esempio, le polle d’acqua consacrata a Santa Scolastica la protettrice delle puerpere, portano abbondanza di latte materno; quelle di San Franco e San Venanzio, rischiarano la vista e guariscono le dermatosi e la sterilità.
Strofinarsi contro le pareti di roccia delle grotte sacre, così come riportare terra e pietre nella propria abitazione, equivale a scaricare le energie negative a favore di un contatto rigenerante.
Comunque, l’entità che più di ogni altra in Abruzzo esercita il patronato dell’universo sotterraneo, quindi dell’acqua e della pietra, è l’Arcangelo Michele.
A lui risultano dedicate la maggioranza delle antichissime grotte-santuario, alcune di frequentazione preistorica, trasmesse al successivo culto cristiano ed è questi luoghi che tuttora i devoti attingono l’acqua stillante dalla roccia per scopi magico-terapeutici.
La festa di San Giovanni Battista coincide invece con il solstizio d’estate ed in questo caso la venerazione popolare associa a tale entità il patronato sia dell’astro solare, che delle acque.
La rugiada, il mare, i corsi d’acqua, al sorgere del sole di San Giovanni assumono poteri magici e terapeutici ed i devoti se ne servono per scopi molteplici.

FORME TEATRALI E MUSICALI
Tra gli aspetti rituali più interessanti e diffusi sul territorio abruzzese, si distinguono le tradizioni melodico-teatrali come i canti di questua e i drammi sacri. Eventi rituali di questo tipo caratterizzano soprattutto i festeggiamenti dedicati a Sant’Antonio Abate, che coincidono con il rinnovato percorso dell’astro solare, tra il 16 ed 17 di gennaio.
I canti di questua in onore di Sant’Antonio Abate vengono tradizionalmente eseguiti da gruppi di cantori, detti “compagnie”, che dalla settimana precedente la festa, girano per le case di amici e parenti portando il “Sand’Anduone” e ricevendo, in cambio dell’esibizione, beni alimentari stagionali come uova e salsicce, che verranno consumati tra i partecipanti in un allegro cenone a festa conclusa.
Le sacre rappresentazioni raccontano invece, in forma melodrammatica o umoristica, le vicende del Santo che si ribella alle tentazioni subite dal demonio.
Durante il periodo della Settimana Santa in alcuni centri viene realizzata sulla piazza pricipale del paese, una drammatizzazione della “Passione”, dall’ultima cena alla crocifissione, selezionamdo gli attori tra i paesani.
Al mattino della domenica di Pasqua, in alcune zone, si rievoca l’incontro della Madonna con il figlio risorto. A Sulmona, tale manifestazione è chiamata la “Madonna che scappa”, perchè la statua della Madonna prende a correre, quando scorge Gesù che la attende.
Nel mese di maggio, in piena epoca primaverile sulla Majella, si svolge la sacra rappresentazione del “Miracolo del lupo”; un esorcismo collettivo contro le avversità della natura e le entità negative in genere.
Altre drammatizzazioni estive hanno per protagonisti i pirati turchi e saraceni, che vengono sconfitti o convertiti ad opera dei santi miracolosi.
Una segnalazione particolare, inoltre, meritano le compagnie costituie da tamburini e pifferai, chiamati “tamurrare” che annunciano e accompagnano con il loro repertorio tradizionale gran parte delle feste tradizionali del versante teramano del Gran Sasso.

PELLEGRINAGGI, CORSE E SFILATE
Tra la primavera inoltrata e la tarda estate prevalgono forme rituali collettive a carattere agricolo e pastorale, celebrative della fertilità della terra e delle greggi.
Nel mese di maggio, abbondano i pellegrinaggi dedicati alla Vergine apportatrice di pioggia, come le “verginelle” ingioiellate della Majella.
Percorrendo il tratturo dei pastori, si svolge un singolare pellegrinaggio guidato da una ragazza, che impersona Santa Gemma con il fuso e la rocca carica di lana da filare.
Questi attributi specifici ed altri simbolici comportamenti rituali rimandano a forme di culto precristiane verso arcaiche entità femminili, frequenti soprattutto in area peligna.
San Domenico Abate, protettore dai morsi dei cani rabbiosi e dei serpenti velenosi, ha assorbito le forme rituali dell’antica divinità dei Marsi: Angizia, alla quale erano sacri i serpenti.
Per questo i “serpari”, a lui devoti, addobbano la statua con tali animali, prima di seguirla in processione.
Comunque, tra i percorsi rituali prevalgono quelli diretti verso santuari e luoghi di culto rupestri, caratterizzati da aspetti rituali specifici connessi al tema della penitenza e della purificazione.
I cortei e le sfilate che hanno luogo invece nel periodo che precede l’imminenza dei raccolti, sono da considerarsi rappresentazioni rituali propiziatrici della fertilità della terra-madre.
Le origini di alcuni eventi festivi, come nel caso del “Sacro bue di San Zopito” risalgono, probabilmente, ad antichi riti primaverili per propiziare la “buona pioggia” per l’abbondanza dei raccolti, diffusi presso tutte le società agricole di tutte le epoche.
Non a caso gli attributi specifici del bimbo “angioletto” che cavalca il sacro bovino, sono l’ombrellino “parasole”, i gioielli ed il fiore rosso stretto tra le labbra: simboli propiziatori di fertlità..

DANZE RITUALI
Tra le forme rituali meno note, spesso inserite in contesti festivi complessi, si riscontrano alcune danze dalla probabile funzione propiziatoria.
Caratteristica dell’Abruzzo è la “pupa”, un grande fantoccio in cartapesta riproducente fattezze femminili accentuate, attorno alla cui figura sono disposti petardi e mortaretti. L’interno cavo ospita un uomo che la animerà, ballando al ritmo dell’organetto, mentre esploderanno, in un crescendo fragoroso e fantasmagorico i fuochi pirotecnici.
Nel teramano, invece, sopravvive un’antica danza del palo intrecciato: “il laccio d’amore”. Originariamente veniva eseguita in occasione dei carnevali e negli sposalizi, soprattutto quelli che venivano celebrati alla fine della bella stagione, dopo il raccolto.
Di tipo marziale risultano, invece, quelle danze “saltarelle” cadenzate dal rullare dei tamburi, ballate dagli uomini, che devono sostenere lo stendardo processionale in equilibrio, sfidandosi.

CIBI RITUALI E TRADIZIONALI
Qualsiasi cerimonia rituale prescrive l’assunzione sia collettiva che individuale, di cibi devozionali di vario tipo: dal semplice pane benedetto, ai dolci più disparati.
Spesso, il loro aspetto esteriore suggerisce la loro intrinseca funzione simbolica a protezione specifica di qualche organo, come gli occhi di Santa Lucia o le pagnotte di Sant’Agata (protettrice delle mammelle e delle donne che allattano).
Nel periodo natalizio, vengono fritti i “caggiunitte”, manicaretti di pasta sfoglia ripieni di marmellata e noci o di crema di ceci; si sfornano il “capitone” o il “cervone”, dolci in pasta di mandorle a forma di serpente spiraleggiante, animale simbolico legato alla grande madre terra, simbolo cosmico universale che rappresenta il ciclico rinnovamento della natura e quindi della vita.
Altre cibarie vengono consumate invece per assumere la protezione di Sant’Antonio Abate, come i “panetti” o li “cillitte”, tipici del teramano.
Sempre in periodo natalizio, nella Marsica, vengono celebrate cerimonie alimentari tra le più singolari, si organizzano banchetti come la “panarda” e si distribuiscono minestre di cereali bolliti, come i “cicerocchi”.
Per San Sebastiano e San Biagio, si confezionano “panette” e “panicelle”, che le famiglie conservano come sacre reliquie e si consumano i “taralli” profumati con l’anice, per preservarsi dal mal di gola.
Per la ricorrenza della Pasqua, in tutta la regione vengono confezionate pizze dolci e salate, alcune particolarmente allusive di abbondanza e fertilità, come quelle dedicate ai bambini: la “pupa” per le femminucce ed il “cavallo” per i maschietti.
Il motivo simbolico del cuore è, ovviamente, riservato agli innamorati. Saccottini ripieni di cacio e ricotta, “fiadùne” e “scarselle”, completano il pranzo pasquale tradizionale, mentre i mostaccioli e le cialde “neòle”, “ferratelle”, “pizzelle” e “cancellate”, esulano dall’ambito rituale caretterizzando i differenti territori per celebrare feste e cerimonie familiari durante l’intero arco dell’anno.

FUOCHI RITUALI
Gran parte delle feste celebrate nel percorso temporale da un solstizio all’altro conservano, da millenni, l’uso del fuoco quale elemento simbolico emblematico per annunciare l’avvento della nuova stagione ed il ritorno progressivo della luce, generatrice di vita.
A Scanno, per la festa di San Martino, si annuncia questa prossima rinascita con l’incendio di grandi torri lignee chiamate “glorie”.
Inoltre, per la ricorrenza dell’Immacolata Concezione, lungo tutta la fascia costiera e collinare adriatica l’oscurità precoce della notte viene sconfitta da una costellazione “terrestre” fatta con grandi cataste infuocate ardenti dal tramonto della vigilia, all’alba dell’8 dicembre.
Ma è con la notte di Natale, alla celebrazione del solstizio, che ardono i falò più spettacolari, alcuni dei quali bruceranno ininterrottamente fino all’Epifania.
Altri fuochi giganteschi vengono accesi in onore di Sant’Antonio Abate, a metà gennaio ed in altri periodi cruciali, per propiziare la ripresa ed il rigoglio della vegetazione, come quelli di maggio che preludono alle “fiammate” di San Giovanni Battista, nel pieno splendore del solstizio estivo.